Commentaria

Luglio 31, 2008

Cina-Usa-Iran: i diritti umani “usa e getta”

Vista la grande attenzione che sembra essere posta un po’ in tutte le relazioni internazionali alla questione del rispetto dei diritti umani, si potrebbe ragionevolmente pensare che tutto l’universo di diritti violati, possa almeno essere un ostacolo nei rapporti diplomatici tra quei paesi che si proclamano difensori dei diritti fondamentali dell’uomo e quelli che stanno zitti e gestiscono i fatti interni del loro paese come meglio aggrada loro, fregandosene della facciata.  (v. articolo dell’ultima ora  dell’agenzia Reuters)

 

Bisogna notare però che alcune volte le condanne a morte, le lapidazioni, le fustigazioni, le persecuzioni religiose  godono di un maggior  risalto mediatico rispetto a quella che è da considerare la “prassi”  di quel paese, e il battage pubblicitario è tale da creare imbarazzo e fastidio a chi, teoricamente, queste cose le condanna e si fa portabandiera di diritti e libertà. Un esempio per tutti è lo strano rapporto odio/amore  tra USA e Iran. In questo rapporto travagliato e contorto, le questioni umanitarie non saranno un punto di futura discordia tra loro, anzi, al contrario, potrebbero diventare un punto di incontro. Vediamocome funziona tecnicamente la faccenda. 

I mullah annunciano, con grande coinvolgimento mediatico, l’arresto di qualcuno. Quest’ultimo accede così automaticamente al rango di oppositore o dissidente. Ben presto le ONG americane, il Dipartimento di Stato o addirittura Bush volano in soccorso dello sventurato e dopo qualche peripezia, il prigioniero viene liberato contro pagamento di una consistente cauzione. Il sedicente oppositore parte per Washington, dove invece di criticare il regime che l’ha maltrattato, parlerà delle possibilità  di dissentire o di opporsi al regime.

E’ una operazione conveniente per tutte le parti in gioco: l’opinione pubblica rivede il suo giudizio sul regime dei mullah e sul paese di origine del cosiddetto dissidente tanto da giustificare la continuazione delle relazioni diplomatiche con l’Iran quale mezzo di aiuto per i poveri dissidenti.

I falsi oppositori fabbricati a Teheran sono sempre più numerosi: il regime ha creato parecchi regimenti di dissidenti per settori di interesse. C’è quello degli studenti, delle femministe (islamiche), dei sindacalisti, dei giuristi. Tutti insieme, essi fanno credere che il regime sia  riformabile e dotato di un sistema giudiziario paragonabile a quello dei paesi democratici.

Questi sforzi sono fatti per dissimulare la realtà: quella delle impiccagioni pubbliche dei prigionieri politici, eseguite sotto falsi pretesti; quelle delle lapidazioni; delle amputazioni; dell’età minima per essere sottoposti a processo penale che è di 9 anni per le bambine e 15 per i ragazzi; quella della corruzione degli alti papaveri  del regime. Questa mascherata serve per nascondere il vero Iran che soffre e spera in un cambiamento.

I falsi oppositori non parlano mai di queste realtà, della corruzione, dei mullah corrotti, dei sostegni al terrorismo, ma unicamente della compatibilità del regime con il concetto di democrazia. E i falsi oppositori saranno i futuri dirigenti del paese…

Per catturare le masse, il regime ha creato perfino dei blog di dissidenti, ospitati da BLOGFA.ir, Questi blog pressocchè uniformi hanno dei contenuti sorprendenti: le loro home page  hanno almeno un riferimento a l’Iran prerivoluzionario: la bandiera della monarchia, degli inni o delle canzoni con connotati patriottici e monarchici, dei ritratti dello Scià  o di suo figlio.. A volte contengono perfino dei fotomontaggi che mettono in ridicolo Komeini… Cose del tutto proibite in Iran, e che senza l’autorizzazione dei mullah non potrebbero esistere!

Ma se  per l’Iran tutta questa operazione è interessante per cercare di mostrare un volto accettabile al mondo, essa lo è ancor di più  per Washington che ha bisogno di avere un alleato islamista rivoluzionario per agitare le ricche regioni musulmane della Cina, ma non può giustificare, agli occhi dell’opinione pubblica, delle relazioni diplomatiche con uno Stato integralista e dittatoriale. Il problema si risolve grazie proprio a questi dissidenti ufficiali, i quali  con la loro presenza forniscono un motivo valido per la presenza degli Stati Uniti in Iran.

Washington  e Teheran costruiscono così un puzzle nel quale ciascun elemengto contribuisce al successo dell’intero piano. E nell’interesse reciproco.

Turchia: serve che sia destabilizzata?

Prendo spunto da un post  apparso su  Rinascita riportato in rete da diversi bloggers,  e mi permetto di esprimere un mio commento sull’analisi fatta dall’autore dell’articolo, circa la situazione della Turchia.

Ora che l’Alta Corte Costituzionale ha salvato per il rotto della cuffia l’AKP (partito di Erdogan e del presidente Gul) dalle accuse di  “attività antilaiche” e “volte a distruggere l’unità nazionale” che avrebbero portato alla chiusura del partito e a 5 anni di interdizione dai pubblici uffici per un gran numero dei suoi maggiori esponenti, credo che si possano tirare le somme  e giungere all’ovvia conclusione:  serviva che il paese fosse nel caos e sotto choc. Per delle ragioni immediate:  a Erdogan  serviva  per creare un clima di tensione tale che nessuna autorità di buon senso ( o intelligentemente corrotta)  se la sentisse di creare un vuoto istituzionale  in un momento di evidente crisi del paese. Vero, però che la Turchia sta facendo parecchi sforzi per essere accolta tra i membri dell’Unione Europea e questi attentati non offrono grosse credenziali. Ma se, per ipotesi, ora che l’AKP è stato prosciolto dalle accuse di voler introdurre la Sharia nel proprio paese;  dopo le parole di Erdogan, il quale ha dichiarato subito dopo la sentenza che  “Il mio partito (l’APK) continuerà a impegnarsi sulla via della protezione dei valori repubblicani e della laicità”, e soprattutto dopo che la Corte, anche se non ha fatto ricorso alla sanzione più pesante, ha deciso comunque di mandare al partito “un serio ammonimento”, tagliando la metà dei fondi pubblici che dovevano essergli destinati quest’anno e chiedendo a tutti i partiti politici turchi di prendere i provvedimenti necessari per evitare che altri casi del genere giungano davanti alla Corte, si avvalora sempre più l’ipotesi che l’attentato servisse a due obbiettivi, entrambi apparentemente raggiunti: evitare una gravissima crisi interna  e mostrare all’Occidente che la Turchia è un paese che sa gestire le proprie difficoltà interne nel severo rispetto delle leggi, tutelando la laicità dello Stato senza pericolosi cedimenti all’estremismo islamico.

Come dire: entrare in Europa è un obbiettivo ambizioso a lungo termine; salvare la pelle era più urgente. Un bell’attentato è servito a ricompattare il quadro politico e a rilanciare l’immagine della Turchia.

Luglio 29, 2008

Turchia: attentato in cerca d’autore

L’attentato di Istambul di Domenica 17 è ancora alla ricerca di autore. Secondo la Tribune de Genève il potere (traballante) dell’AKP di Erdogan e Gul (la cui permanenza al potere è letteralmente sub iudice,  questi giorni ) aveva lanciato l’accusa contro il PKK..

Ma il PKK ha immediatamente respinto al mittente l’accusa. Oltre a ciò anche ambienti giornalistici turchi ricordano che questo è un momento di difficoltà per l’AKP, la cui legittimità all’esistenza rischia di essere messa in discussione di fronte alla Corte Suprema per” avere attentato alla laicità dello stato turco” con le conseguenze che si dovrebbe procedere non solo a nuove elezioni legislative ma anche presidenziali. Le coincidenze non si fermano qui perchè nelle stesse ore in cui avveniva l’attentato era iniziato il processo alla rete ultranazionalista ERGENEKON accusata di aver pianificato un colpo di stato contro l’attuale governo;

Gli 86 imputati fra cui giornalisti, generali in pensione e parlamentari nonchè alcuni ex membri dei servizi d’informazione,  e il fatto che gli esperti definiscano l’attentato come “professionale” ci fa giungere alla conclusione che questo attentato aveva intezione di ricompattare più che disgregare, di stabilizzare più che destabilizzare…Ma il PKK si è chiamato fuori, e ora la faccenda si complica notevolmente.

Luglio 28, 2008

I cristiani iracheni non porgono più l’altra guancia

Era nell’aria; ma ciò che riporta il sito del Daily Telegraph ha in qualche modo il sapore dell’inevitabile. Iraq come Libano; lo avevamo sentito dire tante volte, ora è più che mai vero, poichè nello sforzo di evitare che altre violenze avvengano contro la martoriata comunità cristiana nei dintorni di Niniveh i cristiani hanno deciso con il beneplacito sia delle autorità militari irachene e di Coalizione (americani) che della Chiesa (il Cardinale Deilly in persona) di formare una loro milizia di sicurezza tutt’altro che male armata.

“Stiamo affrontando il pericolo di essere cancellati” dice Padre Yusuf Yohannes il quale si divide fra le funzioni di parroco e quelle di capo della sicurezza nel villaggio di Karamlis nei dintorni di Niniveh, “Non ho mai lasciato questa città in tre anni per ragioni di sicurezza. La situazione era come una casa pericolante per i cristiani, eravamo solo dispersi. Con lo stabilire le nostre forze di sicurezza abbiamo ancora la possibilità di restare e resistere.”

Luglio 26, 2008

Scanning dell’iride per la sicurezza nazionale.

Mentre in Italia, e in Europa, si vivono ancora gli echi delle furiose polemiche sorte circa la vicenda delle impronte digitali ai bambini rom, che poi grazie ad una direttiva comunitaria si estenderà a tutti i cittadini a partire dal 2010, diamo una occhiata in giro per vedere come viene gestita la delicata questione dei dati personali sensibili quando si tratta di pubblico interesse, sicurezza e lotta alla clandestinità in altri paesi (almeno per come viene presentata la cosa).
Per esempio scopriamo che nello sforzo di costituire un database delle identità nazionali il più ampio possibile, il governo degli Emirati Arabi Uniti ha deciso di implementare il sistema di identificazione biometrica attraverso lo scanning dell’iride.

Il sistema prodotto dalla multinazionale IrisGuard Inc. ha gia dato buona prova di sè in Giordania e secondo il manager locale della multinazionale Anglo-Svizzera Hussain Zakaria entro l’anno il sistema sarà installato in tutti gli ospedali EAU ed entrerà a fare parte delle procedure per ottenere il visto insieme ai tradizionali test medici per le malattie infettive.

Zakaria asserisce che il progetto è mirato ad accrescere la sicurezza e la salute dei cittadini -pur avendo altre applicazioni in aree pertinenti all’identificazione personale-ed è già in uso in 15 ospedali di proprietà dello stato negli EAU.

Zakaria afferma che, contrariamente a quanto asserito dalla stampa, un sistema simile è già operativo ai controlli di frontiera dal 2003 e che a maggio di quest’anno 250.000 persone cui l’ingresso negli Emirati era già stato interdetto sono state intercettate e respinte.

Quante volte poeticamente si diceva “uno sguardo vale più di mille parole”? Per i cittadini degli Emirati Arabi Uniti questa frase è già, molto meno poeticamente, una descrizione letterale del reale.

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