Si da il caso che in Italia ci siano tanta persone che hanno idee, volontà, capacità, serietà e intelligenza (per fortuna che ci sono!) ma che vivono nell’ombra.
Poi ve ne sono alcune che, più o meno in buonafede, pur di acquistare un po’ di visibilità, salgono su un cavallo, si sistemano in sella e cominciano a cavalcare.
Finché riescono a stare eretti, si credono dei cavallerizzi provetti, e la gente li osserva. Dopo un po’ di tempo però la gente perde interesse nel vederli andare al passo e volge la testa altrove. Allora per riguadagnare l’attenzione occorre cambiare l’andatura, sperando che il cavallo risponda sempre docilmente ai comandi.
Ma il cavallo, si sa, è un animale sensibile, spesso ombroso e con una buona dose di indipendenza: un cavallo non può mai dirsi completamente addomesticato.
Così succede che il novello cavallerizzo, sempre più convinto di avere il polso della situazione, decide di lanciarsi in una vigorosa galoppata. Sprona il cavallo, molla le briglie e in breve si ritrova a non poter più controllare nulla, anzi diventa egli stesso vittima del suo errore di valutazione.
Questo è ciò che è capitato al cavalier Grillo in quel di Roma, durante il “No CavDay”
Una manifestazione che voleva essere di denuncia e di protesta è invece degenerata nei termini e negli intenti, tanto che alla fine hanno preso le distanze anche chi l’aveva sostenuta e vi aveva partecipato.
Personalmente non ce l’ho con Grillo: qualche merito bisogna pur riconoscerglielo e un capitombolo può sempre capitare quando ci si espone, soprattutto quando si manca di stile e spessore culturale (ora è anche in miglior compagnia, da che Di Pietro è venuto a dargli man forte ….)
Io ce l’ho con chi, pur di ottenere facile consenso non si è reso conto che c’è una certa differenza tra una manifestazione di protesta e una piazzata.
Spingere al galoppo il cavallo può essere esaltante ma è anche pericoloso. E se capita di cadere, molto facilmente ci si ritrova soli.




