Vista la grande attenzione che sembra essere posta un po’ in tutte le relazioni internazionali alla questione del rispetto dei diritti umani, si potrebbe ragionevolmente pensare che tutto l’universo di diritti violati, possa almeno essere un ostacolo nei rapporti diplomatici tra quei paesi che si proclamano difensori dei diritti fondamentali dell’uomo e quelli che stanno zitti e gestiscono i fatti interni del loro paese come meglio aggrada loro, fregandosene della facciata. (v. articolo dell’ultima ora dell’agenzia Reuters)
Bisogna notare però che alcune volte le condanne a morte, le lapidazioni, le fustigazioni, le persecuzioni religiose godono di un maggior risalto mediatico rispetto a quella che è da considerare la “prassi” di quel paese, e il battage pubblicitario è tale da creare imbarazzo e fastidio a chi, teoricamente, queste cose le condanna e si fa portabandiera di diritti e libertà. Un esempio per tutti è lo strano rapporto odio/amore tra USA e Iran. In questo rapporto travagliato e contorto, le questioni umanitarie non saranno un punto di futura discordia tra loro, anzi, al contrario, potrebbero diventare un punto di incontro. Vediamocome funziona tecnicamente la faccenda.
I mullah annunciano, con grande coinvolgimento mediatico, l’arresto di qualcuno. Quest’ultimo accede così automaticamente al rango di oppositore o dissidente. Ben presto le ONG americane, il Dipartimento di Stato o addirittura Bush volano in soccorso dello sventurato e dopo qualche peripezia, il prigioniero viene liberato contro pagamento di una consistente cauzione. Il sedicente oppositore parte per Washington, dove invece di criticare il regime che l’ha maltrattato, parlerà delle possibilità di dissentire o di opporsi al regime.
E’ una operazione conveniente per tutte le parti in gioco: l’opinione pubblica rivede il suo giudizio sul regime dei mullah e sul paese di origine del cosiddetto dissidente tanto da giustificare la continuazione delle relazioni diplomatiche con l’Iran quale mezzo di aiuto per i poveri dissidenti.
I falsi oppositori fabbricati a Teheran sono sempre più numerosi: il regime ha creato parecchi regimenti di dissidenti per settori di interesse. C’è quello degli studenti, delle femministe (islamiche), dei sindacalisti, dei giuristi. Tutti insieme, essi fanno credere che il regime sia riformabile e dotato di un sistema giudiziario paragonabile a quello dei paesi democratici.
Questi sforzi sono fatti per dissimulare la realtà: quella delle impiccagioni pubbliche dei prigionieri politici, eseguite sotto falsi pretesti; quelle delle lapidazioni; delle amputazioni; dell’età minima per essere sottoposti a processo penale che è di 9 anni per le bambine e 15 per i ragazzi; quella della corruzione degli alti papaveri del regime. Questa mascherata serve per nascondere il vero Iran che soffre e spera in un cambiamento.
I falsi oppositori non parlano mai di queste realtà, della corruzione, dei mullah corrotti, dei sostegni al terrorismo, ma unicamente della compatibilità del regime con il concetto di democrazia. E i falsi oppositori saranno i futuri dirigenti del paese…
Per catturare le masse, il regime ha creato perfino dei blog di dissidenti, ospitati da BLOGFA.ir, Questi blog pressocchè uniformi hanno dei contenuti sorprendenti: le loro home page hanno almeno un riferimento a l’Iran prerivoluzionario: la bandiera della monarchia, degli inni o delle canzoni con connotati patriottici e monarchici, dei ritratti dello Scià o di suo figlio.. A volte contengono perfino dei fotomontaggi che mettono in ridicolo Komeini… Cose del tutto proibite in Iran, e che senza l’autorizzazione dei mullah non potrebbero esistere!
Ma se per l’Iran tutta questa operazione è interessante per cercare di mostrare un volto accettabile al mondo, essa lo è ancor di più per Washington che ha bisogno di avere un alleato islamista rivoluzionario per agitare le ricche regioni musulmane della Cina, ma non può giustificare, agli occhi dell’opinione pubblica, delle relazioni diplomatiche con uno Stato integralista e dittatoriale. Il problema si risolve grazie proprio a questi dissidenti ufficiali, i quali con la loro presenza forniscono un motivo valido per la presenza degli Stati Uniti in Iran.
Washington e Teheran costruiscono così un puzzle nel quale ciascun elemengto contribuisce al successo dell’intero piano. E nell’interesse reciproco.




