Commentaria

10/07/2013

art. 35 – Avevano detto che…..

Avevano detto che dopo i primi danni da globalizzazione con riduzione di posti di lavoro nostrani, ci sarebbe stato un effetto positivo contrario che ci avrebbe fatto recuperare alla grande con l’export quello che avremmo perso sul mercato interno.
Mi ero permesso di osservare che questa ipotesi non teneva conto di un dettaglio, credo rilevante, che consiste nel fatto che i paesi futuri importatori avevano la crescita grazie ai nostri acquisti che c che quindi, quando noi avessimo finito i risparmi e le entrate per aver perso il nostro lavoro interno, non avremmo più comprato i loro prodotti in una quantità sufficiente a mantenere la loro crescita dal che sarebbe derivato che noi avremmo esportato loro la nostra crisi, e non essi ad esportare la loro crescita. In questi giorni circolano notizie economiche che parlano nuovamente di un peggioramento dell’economica cinese a causa della diminuzione del suo export.
Come è accaduto questo, accadono altre due cose rilevanti che sono:
1) Dicono che la soluzione della crisi stia nel diventare più competitivi. Dubito che sia vero perché la competizione senza ammortizzatori (senza garanzie al minimo) è la causa della crisi, Più competizione in senso economico equivale a buttare più benzina sul fuoco che spegnerlo. Penso che sia difficile che si spenga così.
2) Dicono che non si possono fare investimenti produttivi o riduzioni di imposte se prima non abbiamo trovato la copertura finanziaria per sostituire il mancato introito. Il punto è che riducendo le aliquote o riducendo il peso e il numero delle imposte non è mai stato dimostrato che vi sia, come effetto, una riduzione degli introiti. Non voglio farla lunga e faccio solo un piccolo esempio sentito in televisione: un paio di mesi fa, un quotato economista di area governativa ha riconosciuto che l’introduzione dell’IMU ha effettivamente portato ad un incremento di entrate di alcuni miliardi di euro (4 miliardi per le prime case èiù il resto) ma che a conti fatti, l’effetto depressivo ha trasformato i beni immobili da un bene desiderato ad un peso economico che non tutti sono più in grado di sostenere. Naturalmente si è creato uno squilibrio e sono aumentati i venditori e diminuiti i compratori.. E cosa succede quando ci sono tanti venditori e pochi compratori? Succede che i prezzi scendono. Quindi l’effetto dell’IMU è stato quello di ridurre il valore del patrimonio nazionale di più di 100 miliardi di euro contro un vantaggio di 8; le cifre non sono esatte né ho il tempo di consultare delle fonti ma queste sono le proporzioni del danno. Cioè, per un vantaggio minimo abbiamo distrutto un patrimonio importante. Togliendo l’IMU ( meglio a tutte le case e non solo alle prime) avremmo un grande incremento di valore e lo Stato avrebbe più entrate perché ci sarebbero più consumi e avrebbe più entrate perché potrebbe vendere i suoi immobili ad un prezzo doppio rispetto a quello attuale. La differenza nel prezzo di vendita sarebbe talmente grande da coprire in cifra diversi decenni di IMU…
Conclusione
Penso che sia così chiaro a tutti che la copertura per permettere la riduzione delle imposte venga più facilmente dall’effetto che produce la riduzione stessa delle imposte e non dal ricorso ad altre imposte alternative. Imposte alternative che non farebbero che creare ulteriore depressione, indebolendo o azzerando l’effetto positivo delle imposte che sono state ridotte. Le imposte più sensibili e più rilevanti da questo punto di vista sono quelle che vengono richieste a persone che non hanno il reddito per poterle pagare o alle quali non è consentito di poter dedurre dall’imponibile i costi vitali irriducibili.
L’allargamento di debolezza economica non danneggia i poveri ma danneggia le imprese, fa crescere il debito e manda il paese in rovina.
Il punto centrale però è l’ideologia secondo la quale sarebbe giusto colpire, tassare, impedire, vietare come strumento migliore per far funzionare bene una società, la nostra società. Credo risulti vero il contrario e per dimostrare che questa tesi potrebbe meritare consenso, cito quanto avvenuto con la II Guerra Mondiale e 40 anni di Guerra fredda durante il quale periodo l’ideologia occidentale è stata quella di mettere al primo posto come priorità non negoziabile la tutela dei diritti della persona. Quasi 50 anni di guerra continuata per affermare questa priorità e contrastare regimi assoluti che avevano negato l’uomo come soggetto di diritto primario, e il benessere della persona come scopo della politica, della società, e dell’economia. Quindi, oggi, aver creato una nuova priorità sulla economia, esempio il Trattato di Maastricht , poiché di priorità non se ne possono avere due, ha cancellato i sacrifici di questi 50 anni di guerre, eliminando la priorità della tutela dei diritti della persona. Sono convinto che è da questo errore ideologico e politico che deriva direttamente la crisi economica, il che significa che sarebbe sufficiente applicare la Costituzione Italiana che stabilisce che:
a) bisogna garantire il minimo a tutti
b) non si devono chiedere imposte che portino il contribuente ad un reddito inferiore al minimo;

Quindi, stabilire un welfare minimo, fondato sul lavoro e garantendo a tutti un lavoro farebbe scomparire le cause della crisi economica senza bisogno di ulteriori strategie economiche. Ovvio che ciò va fatto nei limiti dello sviluppo sostenibile e della tutela dell’ambiente, ma le conoscenze e le tecnologie necessarie a fare questo le abbiamo.
Ho scritto anche alle autorità su questi temi, ed in seguito pubblicherò alcuni pezzi di questi scritti perché li ritengo utili circa gli attuali problemi economici.

Il discorso dell’IMU di cui si parla tanto in questi ultimi giorni, rientra nel concetto già espresso in base al quale non serve la copertura per ridurre l’IMU in quanto la copertura viene direttamente dalla riduzione dell’imposta. Il punto è che dobbiamo cambiare l’ideologia: non più una ideologia di tipo punitivo ma un ritorno alla sana ideologia che ci siamo guadagnati con i citati anni di lotta, e che non dovremmo abbandonare, visto che stiamo sperimentando come l’alternativa rigorista non conduca che a disastri.

(testo soggetto a diritti d’autore e non riproducibile in toto o in parte senza l’autorizzazione dell’autore)

Annunci

05/08/2012

art. 21 – Democrazia e Stato di diritto ed obblighi di legge dello Stato verso ogni cittadino.

Il Protocollo

ovvero doveri delle P.A. e diritti dei cittadini in poche sentite parole.

Breve premessa:

Quanto segue nasce nella ricerca di soluzioni sentite come necessarie al fine di alleviare quel genere fastidioso di sofferenza che si produce nell’ambito della solita nostrana costante non sempre facile relazione con la cosa pubblica.

Tale rapporto spesso molto faticoso per noi cittadini ci viene spesso inflitto con purtroppo tanti piccoli o meno piccoli ed a volte anche gravi comportamenti amministrativi che non sempre paiono improntati a criteri esattamente e giuridicamente e praticamente condivisibili. Non entro nel dettaglio della mia diretta esperienza, ma  posso affermare che ho dovuto  notare, come in genere, da parte delle Funzioni pubbliche da me incontrate – ed in particolare dalle Finanze- vi sia stata una forte resistenza a correggere gli errori compiuti, e questo in particolare sia avvenuto anche quando erano evidenti gli errori e quando da tali errori era subito evidente come da una loro mancata correzione si sarebbero poi creati effetti economici potenzialmente gravi o molto gravi e non solo in danno della vittima ma anche in danno diretto della stessa Pubblica Funzione in questione.

Per il comune cittadino in simili casi si tratta di situazioni poco comprensibili in quanto dall’amministrazione, in casi del genere ci si aspetterebbe che intervenisse subito a correggersi nel proprio interesse se non anche in quello del cittadino danneggiato dall’errore.

Nonostante la logicità del concetto, questo genere di reazione correttiva dei suoi stessi errori, da parte delle P.A. non l’ho vista seguire ed accadere con molta frequenza.

Circa 3 anni fa, ho avuto una ispirazione sul tema della correzione spontanea degli errori da parte del servizio pubblico. Tale intuizione mi ha condotto alla individuazione di un fattore o punto di origine dal quale, con un piccolo sforzo iniziale,  si potrebbe forse far nascere  un nuovo approccio migliorativo, forse capace di indicare una via in grado, con il tempo e la pazienza, di poter attenuare la frequenza del fenomeno ed il relativo disagio causato dal genere di problema stesso. La cosa mi è quindi parsa subito molto interessante per tutti e quindi mi sono così proposto di esporre su questo Blog questa idea e i due concetti che ne sono scaturiti e che espongo di seguito..

Scopo migliorare il rapporto tra P.A. E cittadini e creare una alleanza per una collaborazione la posto dei conflitti che oggi si generano con danno e con troppa ed inutile facilità.

Sintesi

Punto uno;

Nella P.A. il funzionario, la funzione e le funzioni, hanno sempre il dovere di essere motivati dalla “INTENZIONE” dimostrabile di fare sempre la cosa legittima migliore possibile per il benessere del cittadino amministrato. Dunque devono sempre essere in grado, anche a posteriori di poter dimostrare che quanto hanno fatto verso il cittadino era la cosa legittima, che loro in tutta buona fede ritenevano fosse realmente la decisione e scelta migliore possibile per il bene di quel cittadino. Nel caso non potessero dimostrare ciò si troverebbero allora davanti a seri problemi e responsabilità.

Circa il secondo punto che qui segue, esso si è generato nel mio pensiero, successivamente al primo. E’ nato da esperienze dirette di funzioni pubbliche che hanno commesso errori gravi in mio danno e che ne hanno poi immotivatamente sempre rifiutato la correzione.

Ho capito una cosa credo molto importante:  ho capito che era prioritario continuare a tutelare i diritti della persona, ma  che qui in Italia, a causa della inesistenza di un garante della persona, questa via si sarebbe rivelata non facile a percorrersi. Ho però creduto di capire che era necessario distinguere il cittadino dal suddito ed ho ritenuto di aver capito  che……..

Punto due

Nello Stato di diritto e democratico, il Cittadino, al contrario del suddito dello Stato assoluto non ha mai il minimo dovere di subire errori od abusi del potere.

Quindi in caso un cittadino subisca o stia subendo un abuso o anche solo un errore del potere, da parte della P.A. stessa, il cittadino  non potrebbe più essere ritenuto direttamente responsabile di suoi eventuali successivi inadempimenti formali o del fare e del pagare sino a che l’abuso o l’errore che ha subito in precedenza non sia stato interamente sanato nei fatti e negli effetti.

Nulla vieta ad una P.A. Onesta e rispettosa della legge di correggere subito un suo errore nei fatti e negli effetti e se non lo fa non ha alcun motivo giuridico condivisibile per credersi nel diritto di far ricadere gli effetti del proprio errore non corretto, e non voluto correggere, sulle spalle della propria vittima, la quale se non ha il dovere di subire errori non ha nemmeno il dovere di cercare  soluzioni agli errori che ha subito.

Commento ulteriore sul tema

Quando l’errore o la lesione consiste nel mancato pagamento di un danno o nella mancata fornitura di un dovuto servizio o di una importante prestazione pubblica, od il mancato pagamento di un dare dovuto, allora…..
Allora se è la P.A. o una P.A.  il debitore del fare o del pagare, si configurerebbe  a parer mio, una lesione dei diritti fondamentali della persona.

In tutti i casi di tal genere in cui la vittima, e cioè il titolare del credito non ancora incassato o del fare non ancora ricevuto, anche se dovuto, si trovi a sua volta a subire una ingiunzione di pagamento, una ordinanza del fare o del pagare o uno sfratto, un  giudice incaricato dovrebbe poter chiamare in causa l’Ente responsabile onde proseguire l’azione monitoria subenda dal povero cittadino incolpevole di quanto subisce e riversarla verso l’Ente stesso con la medesima rapidità e forza esecutiva  che l’inadempimento in corso sta riversando sulla povera vittima e cioè sul cittadino.

Ho discusso questa idea in un caso di pignoramento immobiliare dovuto ad un errore fiscale delle Finanze non corretto e il Giudice mi disse che se l’interessato avesse trovato un avvocato a sostenere la tesi, e fosse stato lui ad avere un simile caso non solo teorico ma pratico, egli  avrebbe valutato questa ipotesi con forte interesse.

In effetti il mancato pagamento o il mancato fornito servizio, da parte di una Funzione Pubblica è sempre un atto di potere quando il suo effetto crea un danno diretto così grave come uno sfratto od una vendita immobiliare.  E’ ovvio che la P.A. sia allora la sola responsabile del danno.
In questo caso non si vede proprio allora la ragione per la quale il danno lo possa fare la P.A. ma lo debba sopportare solo la vittima. La Costituzione questo non lo considera legittimo e la legge nemmeno.

Di conseguenza sarebbe interessante, se capitasse, prima o poi, l’occasione di un caso pilota di tal genere,  in quanto le buone riforme della Giustizia in Italia  non di rado si formano anche grazie a sagge e autorevoli sentenze. Di leggi ne esistono così tante che a volte è solo questione di cercare ed applicare la legge adeguata al caso.

In ultimo pare evidente che se lo Stato non paga il signor Rossi mentre però paga tutti gli altri, questo crei  una discriminazione di trattamento,  ed anche questo andrebbe riformato.  Lo Stato quando si trova ad essere debitore può pagare a tutti il 99% piuttosto che non pagare nulla ad un avente diritto che se non pagato rischierebbe di perdere lavoro e serenità,  ed a volte,  come è già purtroppo accaduto, anche la vita.

La condanna a morte in Italia non esiste e non si vede proprio perché il Giudice, in diritto, non possa far pagare l’ente pubblico e si possa invece dimenticare della sopravvivenza fisica e dei diritti umani della vittima.

(testo soggetto a diritti d’autore e non riproducibile in toto o in parte senza l’autorizzazione dell’autore)

20/02/2012

In nome del rigore: altre legnate ai più deboli

MANIFESTAZIONE NAZIONALE CONTRO LO STERMINIO DEI DIRITTI DEI DISABILI
Piazza Montecitorio a partire dalle ore 10.30 del giorno martedì 21 febbraio
 
In adesione all’azione di difesa dei diritti dei disabili pubblico questo mio testo che  invierò domattina ho inviato alla Min. Fornero 

Gent.ma Prof.ssa Fornero,
mi rivolgo a Lei affinché voglia impedire una grandissima ingiustizia che si verificherà nel nostro Paese se passeranno i tre NO! che recentemente il Governo, di cui lei è autorevole Ministro, ha posto dinnanzi ai disabili e che si possono riassumere come segue:
1. no alla indennità di accompagnamento concessa al solo titolo della minorazione
2. no alla esclusione dall’Isee delle provvidenze legate alla disabilità;
3. no alla eliminazione delle parti relative ai disabili dall’articolo 5 della legge 23/12/2011 n.214


Signora Fornero, mi permetta alcune osservazioni.
1. In base alla lettera e allo spirito della nostra Costituzione tali provvedimenti risultano illegittimi in quanto la legge difende con chiarezza estrema i diritti dei cittadini, di tutti i cittadini, anche e soprattutto di quelli che si trovano nelle condizioni di oggettivo svantaggio.
2. i benefici economici e assistenziali ai disabili non rappresentano una sorta di liberale elargizione dello Stato bensì l’applicazione e l’attuazione puntuale e corretta di un dettato costituzionale.
3. Introdurre ulteriori e pesantissime modifiche economiche di tipo restrittivo, che si aggiungono a quelle già in precedenza adottate nel passato recente, significa colpire cittadini che la natura, il caso o la volontà divina ha posto in una condizione di evidente svantaggio. Essi dunque sono doppiamente provati sia da uno stato di salute, di fatto, seriamente compromesso sia dalle difficoltà che l’handicap comporta nel quotidiano vivere.
4. Tali provvedimenti aggraverebbero ulteriormente le difficoltà, spesso drammatiche, che si incontrano quotidianamente quando si cerca di assicurare una parvenza di normalità alla vita dei disabili. Tali difficoltà coinvolgono non solo il minorato ma anche chi ha fatto la scelta d’amore di prendersene cura senza scaricare il peso dell’assistenza sulle strutture pubbliche che allo Stato costano, e anche tanto.
5. Tali provvedimenti pertanto non solo non porterebbero risparmi per le casse dello Stato, ma in breve tempo risulterebbero controproducenti e maggiormente dispendiosi, in quanto molte famiglie si vedrebbero costrette dal bisogno a ricorrere a qualche struttura pubblica che si prenda in carico il disabile.
6. Le provvidenze legate alla disabilità non possono essere considerate delle voci positive del reddito famigliare, ma semplicemente l’atto attraverso il quale lo Stato offre l’individuo disabile i mezzi economici per vivere in una condizione di relativa uguaglianza con gli individui sani.
7. Molto spesso le famiglie con un disabile, specie se minore, sono monoreddito e non di rado sopravvivono solo grazie alla generosità di amici e parenti.
Per i motivi su esposti, Gent.ma Prof.ssa Fornero, consenta dunque a me dire NO! Coloro che attualmente si vedono minacciati nel loro diritto ad un beneficio economico o socio-assistenziale reclamano un’attenta e partecipe azione di responsabilità, negli atti e nelle decisioni, da parte di chi ha l’onere e l’onore di governare la Repubblica italiana.

Pertanto:
• dall’articolo 5 della legge 23/12/2011 n.214 venga eliminata la parte relativa ai disabili;
• la indennità di accompagnamento venga ancora concessa al solo titolo della minorazione e sia considerata diritto inviolabile;
• tutte le provvidenze relative alla disabilità siano tenute fuori dall’ISEE;
• tutte le spese dei servizi forniti alle persone con disabilità dal sistema sanitario nazionale siano gratuite;
• gli ausili per la mobilità, la comunicazione, l’autonomia, per la vita indipendente devono essere forniti dallo Stato con la compartecipazione agevolata da parte dell’interessato in base al reddito personale;
•  sia garantito il sostegno scolastico ed extrascolastico e il diritto al lavoro.

Con queste richieste, i disabili reclamano il diritto di non essere considerati un peso per la società. Ma più che un diritto, mi permetta di affermare che il fatto di non essere considerati un semplice costo da tagliare in nome dell’austerity è una necessità perché serve per trovare la forza per vivere con un minimo di dignità.

E come il disabile, così anche la sua famiglia ha l’estrema necessità di essere sostenuta nel quotidiano sacrificio durissimo e totalizzante, che tenta (e spesso riesce) a rendere la vita fin bella al proprio congiunto disabile, in uno scambio reciproco di amore.
Se passeranno i NO del Governo, di certo i giornali diranno che, grazie alla politica di rigore, in Italia i disabili sono “miracolosamente” diminuiti, se non addirittura che queste persone erano degli abili truffatori che percepivano benefici senza averne diritto. Ovvero, dei parassiti.
Nei fatti, però, Lei, Prof.ssa Fornero,  sa bene che quei disabili “miracolati” saranno purtroppo ancora presenti, e con un costo ben maggiore, nelle voce di bilancio relativa alle spese dello Stato. Essi, inoltre, andranno ad accrescere il numero (in una statistica che credo nessuno si sia ancora sognato di fare) di quelli che lo Stato ha tradito e abbandonato a se stessi.
Gent.ma Prof.ssa Fornero non permetta, dunque, che avvenga questa ulteriore violenza sui disabili, e per questo motivo unisco la mia voce a quelle dei tanti che temono fortemente le ripercussioni gravissime di provvedimenti iniqui, ma soprattutto vorrei che la mia voce possa essere quella dei tanti invalidi che voce non ne hanno, che non hanno protezione, che non sanno a chi rivolgersi nè cosa fare.
Grata per la Sua attenzione, distinti saluti

29/12/2011

art. 018 – ICI-IMU: quando le imposte minacciano un diritto fondamentale dell’uomo

In base al combinato disposto delle leggi italiane e ai trattati internazionali ai quali l’Italia aderisce, lo Stato italiano non avrebbe la legittimazione a richiedere il pagamento delle imposte a valere sulla quota di reddito necessaria alla sopravvivenza fisica del soggetto. Nel coacervo dei valori che rientrano per legge nella quota necessaria alla sopravvivenza, oltre al vitto, al vestiario e quote mediche, vi è anche la necessità di avere un tetto.  Il percorso intrapreso dal governo Monti, in tema di imposte sulla casa  pare non consideri questa possibilità, o la consideri solo per alcuni più fortunati.

Questo concetto non deve contrastare con le norme fiscali ma deve necessariamente intervenire sulla decorrenza ultima del termine del pagamento che non può scadere sino a che il soggetto non abbia raggiunto un reddito  adeguato e sufficiente la cui quota spendibile, non più del  quinto, possa essere destinata al pagamento dell’arretrato, congelato alla data in cui era solo teoricamente dovuto, m, a tutti  gli effetti,  non riscuotibile a causa del principio giuridico  che prevede che le imposte non possono, in nessun caso, in base alle leggi fondamentali attualmente in vigore, sottrarre al cittadino il diritto alla vita e alla sopravvivenza.

Su questo punto vorrei dei commenti costruttivi, perchè a me sembra un argomento davvero  insuperabile giuridicamente, per il quale sarebbe interessante verificare il comportamento dell’amministrazione pubblica e della magistratura davanti ad un caso concreto in cui si debba scegliere tra la pretesa di un tributo, il cui pagamento toglie la possibilità di sopravvivere al soggetto o l’alternativa della rinuncia, temporanea o definitiva, alla esazione del tributo per l’impedimento giuridico sopra citato, ovvero che  non può arrivare ad esigere il pagamento di un qualsiasi tributo, imposte e/o tasse, fino al punto  che queste diventino strumenti e causa di morte  fisica del soggetto al quale viene imposto il tributo. Certamente non mancano i motivi giuridici per sostenere la mia tesi e non mancano nemmeno i mezzi economici necessari  allo Stato a farsene carico per rispetto dei valori costituzionali.

(testo soggetto a diritti d’autore e non riproducibile in toto o in parte senza l’autorizzazione dell’autore)

15/12/2011

art. 016 – Dottore, può prescrivermi 200 € a settimana?

Spett. AUSL – Bologna

Faccio seguito al colloquio telefonico del 12/12/2011.
Allego un testo che con altro materiale sta per diventare a giorni un libro. Spero che il materiale le piaccia e che le sembri adeguato ad avvicinarci ad un percorso di realistica e possibile ricrescita, prima umanista e poi morale, quindi economica, poiché é ciò di cui abbiamo urgente  bisogno per avere ancora il desiderio di andare a visitare di persona il futuro che ci attende. La nostra Associazione nasce alla  fine del 1997 con lo scopo di difendere un piccolo gruppo di imprese e famiglie (io stesso sono parte di quel gruppo di vittime della P.A. Italiana)  da una aggressione illegittima di alcuni enti pubblici ([1])

Economia per la gente che non ha i soldi per vivere

Vengo ora a voi, alla conversazione telefonica ed alla mia provocazione o proposta che dir si voglia.

La  storiella,  in allegato, contiene una battuta centrale: quella del paziente che chiede al medico se fosse possibile, insieme alla medicina, ottenere anche la prescrizione di 200 € a settimana, tanto per avere il cibo necessario per poter seguire le indicazioni del medicamento che raccomandano di prenderlo a stomaco pieno.

Qui occorre considerare che l’insieme delle leggi Italiane consideri come un dovere ed un obbligo quello della tutela della vita della persona.

Senza voler polemizzare, non si può ignorare la legge sugli embrioni considerati persona a tutti gli effetti e di come la legge, dopo lungo approfondimento, ha scelto di tutelarli come persone. Ma allora, ciò posto, come si può conciliare tale imperiosa norma con un rischio strisciante di eventuale condanna a  morte per inedia per i poveri? Inoltre, non siamo stati noi Italiani anche i promotori della moratoria, approvata in sede ONU, per la abolizione della pena di morte? Come facciamo, allora, a permettere che si crei una fascia sociale così povera da dover morire di fame ? La gente vorrebbe lavorare, ma il lavoro è stato delocalizzato in Cina e non tutti si possono trasferire in Cina.

Si arriva,  dunque, al punto che molte persone rischiano di morire di indigenza, e se ancora non si è presentata l’occasione, questa potrebbe, prima o poi, presentarsi; cioè, prima o poi, un medico si potrebbe trovare davanti ad una famiglia che non può essere curata solo con i medicinali ma che le occorrerebbe anche del cibo, che la famiglia non è, però, in grado di procurarsi per mancanza di lavoro.

Ecco, dunque, cosa ho pensato.

Ho pensato che sarebbe interessante che un medico di base facesse un tentativo di prescrizione di denaro direttamente in ricetta, o che proponesse a Voi, AUSL, di autorizzare tale prescrizione in casi in cui sia indispensabile. Credo che, in base alle vigenti disposizioni, sia assolutamente dovuto il sostegno alla vita delle persone e quindi credo che, adattando alla situazione reale la legislazione già esistente, si possa dare doverosamente del denaro  per il sostegno al minimo a chi non ce la fa.

So che è provocatorio, ma sono anche personalmente convinto che non serva una nuova legge, ma solo una migliore interpretazione di quella vigente.

Tanto volevo spiegarvi e credo che ora, dopo un esame di fattibilità, possa essere utile valutare sino a che punto la legge vigente sia compatibile con una simile opzione innovativa e provocatoria ma che potrebbe rivelarsi saggia, in quanto renderebbe insuperabile il minimo di sopravvivenza per tutti.

Piero Riccardo Pavia


[1] Il raccontino qui allegato è un brano di un libro, di prossima pubblicazione,   che tratterà le vicende della nostra famiglia,  più una serie di considerazioni che riguardano direttamente tale storia che non è ancora conclusa come sarebbe giusto che fosse.

(testo soggetto a diritti d’autore e non riproducibile in toto o in parte senza l’autorizzazione dell’autore)

Pagina successiva »

Crea un sito o un blog gratuitamente presso WordPress.com.