Commentaria

21/07/2008

La vita tra cuore e ragione

Da poche settimane è mancato un mio congiunto, e anche per lui è stata necessaria una scelta dolorosa per i famigliari: quella di evitare l’accanimento terapeutico, in una situazione gravemente compromessa, che inevitabilmente in poco tempo l’avrebbe comunque portato alla fine.
Sentito il parere dei medici curanti, provata anche una sorta di alimentazione forzata, quando abbiamo capito che per nutrirlo ci sarebbero voluti interventi ancora più invasivi e dolorosi, abbiamo fatto la scelta di lasciare che la natura facesse il suo corso..
Ossigeno, liquidi per idratare, assistenza continua, tanto rispetto, un grande amore. E il silenzio. Un silenzio che ha avvolto come una tenera coperta la fase finale di una vita.

E’ stata una scelta fatta nel privato della famiglia, nessuna reclame, nessuno schiamazzo. Ciascun famigliareha affrontato il dolore, il senso di impotenza e il peso della decisone secondo il proprio carattere..

Non c’è stato molto da dire, e neanche ora c’è molto da aggiungere.

Le parole erano state spese tutte prima, quando ancora si cercava di combattere, o almeno di patteggiare una tregua con la progressione della malattia.

Quello che voglio dire, e mi riferisco anche a temi di attualità che hanno aperto un acceso dibattito sociale, è che in situazioni estreme, irrisolvibili e senza ragionevole speranza del benché minimo accenno di ripresa,la decisione tra il prolungare una parvenza di vita e la morte non spetta all’uomo, ma dovrebbe essere quelladi lasciare che la natura, nella sua saggezza, faccia il suo corso stabilito.

Sembrerebbero parole dette da chi è legato a delle convinzioni religiose molto radicate, in realtà in questa mia convinzione ho trovato il punto di incontro tra cuore e cervello, tra fede e ragione.

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